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A proposito dell’”Appello per le scienze umane” di Asor Rosa, Esposito e Galli della Loggia. Considerazioni sull’orgoglio e sull’inutilità degli studi umanistici

[L’Huffington Post, 14 febbraio 2014]

L’appello di Alberto Asor Rosa, Roberto Esposito e Ernesto Galli della Loggia in difesa delle discipline umanistiche uscito su una rivista autorevole come il Mulino (6/2013) ha la singolare capacità di far fare al dibattito sulla crisi culturale in corso un incredibile salto all’indietro di alcuni decenni. L’assunto di fondo è che in questa fase storica stia avvenendo un ripudio dell’umanesimo a favore della scienze dure, a partire dagli insegnamenti scolastici. Gli studi umanistici sarebbero gli unici che “assicurano il legame con la specificità della dimensione storica della vita”, mentre le discipline scientifiche sarebbero ovunque le medesime e tenderebbero a esprimersi tutte in una medesima lingua, l’inglese.

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Ma come scrivono i romanzieri italiani? Ovvero: che fine ha fatto la critica militante?

[L’Huffington Post, 29 gennaio 2014]

Nel libro L’importo della ferita e altre storie. Frasi veramente scritte dagli autori italiani contemporanei. Faletti, Moccia, Volo, Pupo e altri casi della narrativa di oggi (Edizioni Clichy) Pippo Russo si prende polemicamente la briga di stroncare alcuni tra i romanzi più venduti e premiati degli ultimi anni, passandone il testo sotto la lente di ingrandimento. L’elenco di sgrammaticature, imprecisioni e incongruenze, ma anche di tirate retoriche, scene grottesche che vorrebbero essere drammatiche, e intrecci improbabili mostra un quadro veramente impietoso della narrativa d’oggi.

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Di nuovo i classici in traduzione?

[«Generazione Goldrake», 3 novembre 2013]

L’«Avvenire» del 31 ottobre (Caro Dante, fatti capire! di Edoardo Castagna) dedica una pagina di Agorà alla questione se sia opportuno, come avviene in Inghilterra e in Francia, che a scuola si leggano i classici della letteratura italiana in traduzione moderna. Il dibattito non è nuovo: se ne è parlato a lungo già quindici anni fa, quando fu aperto sulla «Rivista dei Libri» da Marco Santagata, che aveva pubblicato una versione in prosa delle Canzoni di Leopardi, e devo dire che l’evoluzione socioculturale di questi anni ha rafforzato in me la convinzione di fondo che esprimevo nel mio intervento di allora (“Tradurre Machiavelli? No! Dichiaro aperto il dibattito”, «Rivista dei libri», settembre 1998).

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Perché Cattelan ha fatto bene a mandare “I soliti idioti” al posto suo

Maurizio Cattelan, invitato a ricevere il premio Alinovi-Daolio all’Accademia di Belle Arti di Bologna, ha mandato al posto suo il duo comico “I soliti idioti”, che hanno inscenato, di fronte alla giuria sbalordita e indignata, una performance a base di gag dissacranti.
Dare un premio a Cattelan, che è l’artista italiano più famoso e quotato nel mondo, è un gesto completamente inutile. Nulla aggiunge alla fama di Cattelan che non ne aveva alcun bisogno, nulla aggiunge all’acculturamento del pubblico che lo conosceva già perfettamente e nulla aggiunge, infine, al prestigio della giuria che gliel’ha assegnato, perché non c’è bisogno di essere grandi critici d’arte per dire, oggi, che Cattelan è bravo.

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